Tullio Carere_Paura
Tullio Carere Paura I . Introduzione II . Cherchez la peur III . Sogno o son desto? IV . Polli metropolitani V . Il sigaro di Freud VI . Piccoli mostri VII . Il monito di Apollo VIII . Della madre e del padre IX . Dello scienziato e del mistico X . Platone versus Freud XI . La casa-base XII . Se il grano non muore XIII . Un gallo ad Asclepio XIV . Ubi maior Paura I . Introduzione Che cosa avete pensato leggendo il titolo e il sottotitolo di questo libro? Forse qualcosa del tipo: il solito manuale similamerikano per il fai da te? (La kappa sta per il fastidio che l’intellettuale europeo medio prova per quello che identifica come il peggio dell’american way of life: faciloneria, pensiero ingenuamente positivo e soprattutto l’esecrabile do-it-yourself. Perché, se fosse veramente possibile fare da sé, nella fattispecie pensare con la propria testa, a che cosa servirebbero allora gli intellettuali? No, sono sicuro che non avete pensato niente del genere. Lo so perché in tal caso non avreste nemmeno aperto il libro e ora non stareste leggendo queste righe. Visto che invece le state leggendo, sono autorizzato a presumere che: primo, non fate un uso smodato di difese intellettuali per proteggervi dalle vostre paure; secondo, ne avete ancora un pacchetto che la vostra analisi pluriennale non è riuscita a smaltire; terzo (riservato a coloro che non hanno alle spalle diversi anni di analisi), ritenete che non sia un’eresia pensare di fare qualcosa per le vostre paure senza passare per una lunga analisi e forse nemmeno per una psicoterapia breve. Adesso che so qualcosa di voi, mi sembra giusto che anche voi sappiate qualcosa di me. Vi dirò dunque che sono uno psichiatra e uno psicoterapeuta. Sapete certamente che il primo titolo compete a un medico specializzato in malattie mentali. Quanto al secondo, credo che la definizione più prudente sia questa: qualifica spettante a medici e psicologi provvisti dei requisiti di legge necessari per entrare negli elenchi degli psicoterapeuti istituiti presso i rispettivi ordini provinciali. Questo non vi dice niente? Avete ragione, infatti non dice niente. Ma è un niente che ha uno scopo: quello di non sfiorare neanche il vespaio di questioni - terapeuta doc o selvaggio? e di che indirizzo? e che differenza c’è con un analista? - che in questa fase della nostra conoscenza rischierebbero di concluderla prematuramente. Sono tempi frenetici, la vostra attenzione è sollecitata da ogni parte. Se sono stato così fortunato da ottenerla per qualche attimo, debbo dirvi in fretta qualcosa che la persuada a restare qui ancora un poco. Ecco, vedete, ho paura che ve ne andiate. La paura più terribile per un autore, quella di essere abbandonato, o peggio, nemmeno preso in considerazione dai suoi potenziali lettori. Ma converrete che questo sentimento non è privo di utilità: infatti, avvisandomi del pericolo che corro di non essere letto, mi invoglia a non perdermi in chiacchiere e a cercare di produrre uno scritto meritevole dell’attenzione che vuole ottenere. D’altra parte, l’idea di essere ignorato da voi potrebbe spaventarmi al punto di spingermi al tentativo di sedurvi con la promessa di risultati rapidi e spettacolari, e magari anche a intrattenervi raccontandovi qualche storiella. In tal modo disgusterei e mi alienerei i lettori più seri, mentre conquisterei - se mai riuscissi a conquistare qualcuno - quel tipo di pubblico che si entusiasma facilmente per qualsiasi novità, purché non impegnativa. Come vedete bene dal mio caso personale, la paura è un sentimento che può essere molto utile, quando avverte di un pericolo e aiuta a prevenirlo, ma anche superfluo o francamente dannoso, quando induce a comportamenti impropri e irrazionali. E allora permettetemi di farvi una domanda diretta: siete sicuri di saper distinguere bene le due condizioni? E, nel caso abbiate risposto affermativamente: disponete di strategie adatte a far fronte ai due tipi di circostanze? Se la vostra risposta è nuovamente affermativa, voi non avete bisogno di leggere questo libro, sono io che avrei piacere di conoscervi. Se invece avete risposto di no ad almeno una delle due domande, quanto segue potrebbe fare al caso vostro. Supponiamo, per un momento, che avesse ragione Tolstoj, quando diceva che lo scopo della vita è la gioia: se la gioia si affievolisce, vuol dire che in qualche punto abbiamo commesso un errore. Cioè ci siamo fatti prendere da qualche paura. So di potervi sottoporre questa ipotesi. Gli intellettuali infastiditi dall’ottimismo amerikano non lo sono di meno da quello russo, ancora più sfrenato: ma non debbo preoccuparmene perché, come ho già appurato, la loro eventuale presenza tra i miei lettori sarebbe casuale e non significativa. Alla base di questa ipotesi c’è la constatazione che la gioia è apparentata con uno stile di vita rilassato, mentre chi ha paura è teso e dunque non si gode la vita. D’accordo, non mi avete prestato la vostra preziosa attenzione per farvi propinare simili banalità. So che cosa volete dire: come si fa a essere rilassati in un mondo come questo? Con l’incertezza del posto di lavoro, la microcriminalità diffusa, i conflitti tribali dal Congo alla Padania, la pressione fiscale e il debito pubblico in costante aumento. Permettetemi di rispondervi con un’altra domanda: siete sicuri che la vostra tensione nervosa e muscolare sia un valido contributo alla soluzione dei mali del mondo, e dei vostri in particolare? Non credo. Combattere a volte serve, a volte no. E allora perché pompare adrenalina in continuazione nel vostro sistema circolatorio? Senza contare che si può essere rilassati anche quando si combatte, anzi si combatte meglio. Ma torniamo all’ipotesi. Se ho deciso di scrivere un libro sulla paura, non è stato per angosciare voi, e ancor meno me stesso; come potreste giustamente sospettare, visto ciò che correntemente si pubblica, si proietta e si manda in onda. Il motivo principale per cui sto scrivendo è che mi piace scrivere. E siccome mi piacerebbe anche essere letto, ho scelto un tema che spero vi interessi. Se riesco a unire l’utile al dilettevole, è fatta, non chiedo altro. Dunque, per quanto mi riguarda io adotto l’ipotesi di Tolstoj. La scrittura - come qualsiasi altra cosa - in linea di principio dovrebbe essere (anche) un piacere. Se per me cessasse di esserlo, mi riprometto di fermarmi e di stanare la paura che in quel momento mi starà sabotando. Sarà quella di scontentare il lettore? O di non arrivarci nemmeno al lettore, se non trovo un editore? O piuttosto di non trasmettere un messaggio abbastanza epocale? (In quest’ultimo caso scontenterei il superio). Basta, una paura che paralizza l’azione e il godimento è soltanto un parassita che va schiacciato senza pietà. A patto, naturalmente, di non confondere il peccato (la paura) con il peccatore (il pauroso). Se il primo merita disprezzo, il secondo va aiutato. Qualche esperienza di aiuto del pauroso che sono stato e sono io stesso e di pochi altri ce l’ho, quanto basta per sentirmi autorizzato a scriverne. Cosa che sicuramente aiuta me. Se possa essere di aiuto anche ad altri per il momento è solo un’idea temeraria, perché so per esperienza quotidiana con quanta tenacia e passione, con quale impegno e vigore sia rifiutato anche l’aiuto espressamente richiesto e ben pagato. Figurarsi quello non richiesto e pagato le poche lire del prezzo di copertina. Ma tant’è. Io scrivo per il mio piacere, il resto - se c’è - è in più. Vi sembra eccessivo il mio sfoggio di edonismo? Forse avete ragione. Sto cercando di allontanare il sospetto di voler salire in cattedra o sul pulpito? E’ un dubbio che non mi turba più che tanto, per la verità. Se mi va di predicare, predico. Se qualcuno ha voglia di ascoltarmi, sono affari suoi. Io ci salirei anche volentieri in cattedra, se questo volesse dire - cosa che normalmente non vuol dire affatto - che ho una perfetta padronanza teorica e pratica della mia materia. Nel caso specifico, che so perfettamente come trattare le paure mie e altrui. Sarebbe come dire che sono completamente guarito e ho raggiunto la pace della mente. Anche se mi conoscete solo da dieci minuti, avete già l’impressione che questo non sia il mio caso. Quindi, tanto vale parlar chiaro: questo libro è un work in progress, un cantiere aperto, in cui ho un progetto di massima ma nessuna idea di quello che dirò nel prossimo paragrafo. Del resto, la ricerca del godimento nella scrittura è un’operazione intrinsecamente contraddittoria. Infatti, se voglio divertirmi non posso darmi un piano di lavoro e obbligarmi a seguirlo in modo metodico e pedante, ma debbo permettermi di scrivere quello che mi passa per la mente. Salvo che questo procedimento, come tutti sanno nel secolo della psicoanalisi, è atto a scompaginare il fragile e ingannevole ordine della mente, aprendo varchi perturbanti nel suo tessuto delicato. Dalle smagliature così prodotte occhieggia temibile l’inconscio, con le sue figure inquietanti e impresentabili. Come vedete, la ricerca del piacere è una pratica che ha effetti secondari tali da scoraggiare chi la intraprende, consigliando piuttosto percorsi di più basso profilo. Insomma, che vi piaccia o no, la gioia e la paura sono unite da un comune destino: per trovare l’una dovete liberarvi dell’altra, eppure questa stessa ricerca vi espone a un rigurgito di paure ancestrali che sono lì proprio perché voi stessi le avete evocate, allentando le difese che le tenevano a bada. Non sapete di che cosa sto parlando, perché per voi la scrittura non è particolarmente associata al godimento? Ma allora andiamo al prototipo, al modello originale, alla fonte stessa del piacere: il sesso. Avete imparato, a vostre spese, che la capacità di godere è direttamente proporzionale a quella di lasciarvi andare, di mollare gli ormeggi e sciogliere le vele al vento. E se la seconda, come spesso accade, è scarsina, anche la prima purtroppo non è un granché. Lo so, potete abbandonarvi senza remore al flusso del desiderio se l’oggetto del medesimo è stampato a colori su carta patinata. Oppure, se l’oggetto è in carne e ossa, bisogna che sia severamente proibito o che comunque sussista un serio ostacolo al suo raggiungimento. O, in alternativa, può bastare che esso sia definibile come preda, o sia così debole e indifeso da scatenare i vostri peggiori istinti di protezione. In breve: occorre che l’oggetto non vi faccia paura. Ma lo sapete, poi, di aver paura? Forse no. Forse vi limitate a prendere atto di un’incomprensibile caduta del desiderio. Non riuscite a capire come mai la vostra donna, che era così desiderabile quando ancora vi teneva sulla corda, adesso che è la vostra legittima consorte vi eccita molto, ma molto meno. Forse non vi ponete nemmeno il problema: pensate che sia normale, visto che succede più o meno a tutti. Così come è normale adempiere sempre più stancamente al vostro dovere coniugale; e come è legittimo prendervi qualche risarcimento fuori delle mura domestiche. Perché, in fin dei conti, l’uomo è cacciatore (come la donna del resto, da quando si è emancipata). Se invece sapete che il sesso vi fa paura, anche senza sapere perché, il vostro livello di consapevolezza è già superiore alla media. Il sesso come la scrittura, la pittura come la danza: qualsiasi attività che presuppone apertura e abbandono rende vulnerabili e espone al pericolo. Ci aggrappiamo all’idea che il nemico sia esterno, e solo a malincuore rinunciamo a questa consolazione e ci avviciniamo all’orribile verità: il nemico principale è dentro di noi. Ma per queste cose ci sarà tempo più avanti, se avrete la bontà di seguirmi. Per adesso mi preme solo chiarire il nesso tra godimento e paura. Renderlo chiaro a voi, ma anche a me stesso: altro buon motivo per scrivere. Spesso le cose mi si chiariscono nel momento in cui cerco di chiarirle a qualcun altro, e per questo ho bisogno che qualcuno abbia bisogno di me (avevate ragione, la mia motivazione non è puramente edonistica). Potrei esprimere così il nesso in questione: inizio a scrivere per il piacere di scrivere; il piacere mi deriva dall’abbandonarmi al flusso associativo, nella libertà da ogni schema; l’abbandono al fluire delle idee, degli eventi e delle cose avvicina al cuore pulsante della vita, ma fa spavento, perché spazza via ogni ordine stabilito e ogni certezza; la paura stimola reazioni di difesa; le difese fanno argine al flusso vitale, lo normalizzano e possono anche arrestarlo del tutto; con il ritorno alla normalità finisce il piacere di scrivere e di fare qualsiasi altra cosa; rimane solo il funereo e illusorio piacere di avere tutto sotto controllo. Va bene, siete riusciti a incasellarmi, finalmente: sono un vitalista. Non lo avete pensato? Se no, ve ne sono grato. Se sì, vi prego di non avere troppa fretta. Lo riconosco, il paragrafo precedente è percorso da uno slancio vitalistico. Posso arrivare ad ammettere che c’è un vitalista in me (come c’è uno psichiatra e uno psicoterapeuta). Ma che io lo sia, questo non dovete pensarlo. E allora chi sono io veramente? Non vi aspetterete che ve lo dica. Non per giocare a nascondino, ma per l’ottima ragione che non lo so. Questo mi dà una buona lunghezza di vantaggio su di voi, se credete di saperlo: di sapere chi siete, intendo dire. Se invece non lo credete, sono contento di avervi incontrato, come lo sono tutte le volte che trovo un compagno di viaggio. Perché è chiaro, una volta capito che non sappiamo chi siamo, il nostro destino è segnato: l’unica cosa sensata da fare è cercare di scoprirlo. Infatti, se pensate di essere un padre di famiglia, dedicherete tutte le vostre energie alla sicurezza e al benessere dei vostri cari. Se credete di essere un insegnante, metterete l’anima nell’insegnamento, e sarete di conseguenza amaramente delusi dai vostri allievi come il padre lo sarà dai suoi figli ingrati. Lo stesso se credete di essere un prete, uno psichiatra o qualsiasi altra cosa. Ma c’è di peggio. Se credete di essere un dirigente d’azienda cinquantenne, e la vostra azienda vi manda a spasso, che fate? E se credete di essere un commerciante o un libero professionista e restate senza clienti? Siamo vicini al terrore puro, non è vero? Così torniamo al nostro tema. Non pensiate che lo perdo di vista, anche se divago un poco. Non possiamo capire la paura senza affrontare il tema dell’identità, perché quando questa è minacciata si scatenano i terrori più devastanti. Un credente può lasciarsi scannare per il suo credo, e con la stessa serenità può scannare i credenti di chiese concorrenti che mettono in dubbio le verità della sua fede. La vita, propria e purtroppo anche altrui, conta poco, di fronte all’imperativo di difendere l’identità individuale o di gruppo. Angoscia è il nome che spesso si dà alla paura, quando la minaccia riguarda il nostro stesso io. Distinzione sottile e poco significativa, a mio parere, perché la paura segnala sempre una minaccia, reale o presunta, a qualcosa con cui siamo identificati: il nostro corpo, la nostra immagine, i nostri legami, le nostre idee, il nostro portafogli. E quanto più noi siamo il nostro corpo, la nostra immagine, eccetera, tanto più diventiamo cibo per l’angoscia, che si installa stabilmente dentro di noi e si dedica con solerzia al suo lavoro, che è quello di roderci le viscere. Vecchia storia, direte voi. Già Seneca scriveva a Lucilio: non confidare in nulla di ciò che può esserti tolto. Peccato che le cose che ci possono essere tolte siano di gran lunga le più desiderabili. Tolte queste, che cosa rimane per cui valga la pena vivere? Anzi, siamo sicuri che rimanga ancora qualcosa, se togliamo quelle sopraelencate: il corpo, l’immagine, i legami, le idee, il portafogli? Ribadisco, se per caso ce ne fosse bisogno, che io non sono sicuro di niente. Ma, voi mi chiedete, il sottotitolo di questo libro non recita Istruzioni per l’uso? E dunque, dopo aver evocato la precarietà e caducità della nostra vita, non sono tenuto a istruirvi sul da farsi? Giusto. Visto che mi sono preso questo impegno, desidero ora precisarne il senso e i limiti in modo che voi, una volta terminato di leggere il capitolo introduttivo, possiate procedere nella lettura con una minima cognizione di causa o, per la stessa cognizione, abbandonarla. In sintesi vi ho detto: a) che è possibile distinguere tra paure utili, che orientano l’azione all’evitamento e alla prevenzione dei pericoli, e paure superflue o dannose, che paralizzano o inducono a comportamenti abnormi; ed è pertanto possibile, ma oserei dire necessario, cercare di fare buon uso delle prime e di sbarazzarsi delle seconde. E b): che con questo scritto vi invito a partecipare a un’avventura carica di incognite tanto per voi quanto per me. Nel punto a) mi presento come un esperto, vale a dire come uno che ha accumulato una certa esperienza in un certo campo e desidera comunicarla a suoi simili (istinto tipico dell’Homo sapiens). Converrete con me, spero, che noi ci distinguiamo dagli altri primati per la facoltà di giovarci - grazie al linguaggio - dell’esperienza altrui, oltre che per la straordinaria riluttanza a servirci di questa e in generale delle nostre specifiche attitudini, in quanto basate sull’uso del raziocinio. L’esistenza stessa dei libri attesta la fiducia, molto spesso ma non necessariamente mal riposta, nella trasmissibilità dell’esperienza mediante carta stampata. Per quanto mi riguarda, ho già detto che non mi faccio soverchie illusioni. Mi riterrei molto soddisfatto se andasse a segno, in un piccolo numero di casi, la provocazione che intenzionalmente lancio e che potrei esprimere così: caro lettore, forse tu possiedi la rara capacità di guardare in faccia le tue paure con il solo aiuto di chi ti è vicino e di un manualetto come questo. Se così non fosse, mi auguro che questo libro ti serva almeno a prenderne atto e ti persuada a cercare l’assistenza di cui hai bisogno. Nel qual caso avrei da darti qualche consiglio su come muoverti nella giungla delle psicoterapie senza farti catturare da qualche predatore e su come negoziare la relazione col tuo terapeuta, quando ne avrai trovato uno. Nel punto b) io scendo dalla posizione dell’esperto a quella di colui che sta facendo un’esperienza, nella fattispecie quella di scrivere. Ho già chiarito che per me il punto b) è più importante del punto a). Infatti, se privilegiassi quest’ultimo, il mio obiettivo primario dovrebbe essere quello di trasmettervi l’esperienza che ho già fatto, e che ho accumulato e stipato sotto forma di nozioni e concetti. Un’operazione che annoierebbe anche me, posso immaginare l’effetto che avrebbe su di voi. Se viceversa antepongo l’esperienza in fieri a quella già avvenuta e cristallizzata, ho almeno qualche speranza di risvegliare il vostro interesse per un tema che rispetto al piacere è esattamente agli antipodi. Bene, credo che questo possa bastare come introduzione. Adesso sapete pressappoco che cosa potete aspettarvi. Se decidete di andare avanti, lo fate a vostro rischio. Se invece siete ancora indecisi, niente paura. Vuol dire che gli elementi che vi ho fornito fin qui non vi bastano e ve ne servono altri. In questo caso non vi resta che passare al prossimo capitolo, ma non preoccupatevi: potrete sempre scendere alla seconda fermata. II . Cherchez la peur Congratulazioni, non vi siete fatti scoraggiare nemmeno dal mio richiamo alla responsabilità. Ci sarà rimasto male chi si aspettava un bagno vitalista. Il fatto è che la scelta di abbandonarsi al flusso dei pensieri e delle emozioni, lasciandosi sorprendere a ogni svolta (come suggeriva il padre Freud) è per l’appunto una scelta, e per di più gravida come poche di conseguenze. La conseguenza più importante è che la corrente vitale che in tal modo avete lasciata libera di fluire assomiglia di più a un fiume limaccioso e gonfio di detriti che al ruscello ridente e cristallino da voi sognato. Se ora, spaventati dalla fogna a cielo aperto che avete intravisto, decidete di ricoprirla pudicamente e di rafforzare la copertura con un doppio strato di calcestruzzo, avete sì tutta la mia comprensione, ma nessuna garanzia di una soluzione stabile e soddisfacente del vostro problema (posto che vogliate ammettere di averne uno). Infatti la cementificazione dei corsi d’acqua, come dimostrano le ricorrenti e ingravescenti alluvioni nel bacino dell’Olona, crea più problemi di quanti ne risolva. Il mio sommesso suggerimento è di prendere in considerazione l’alternativa più costosa nel breve e medio periodo, ma più gratificante nel lungo: una bonifica radicale dei vostri fluidi mentali. Ora, da che cosa dobbiamo ripulirci, voi e io, se vogliamo ritrovare il piacere della scrittura, della lettura, del sesso, del lavoro, della solitudine, della compagnia e di quant’altro faccia parte della nostra vita? Volete una risposta classica? Eccola: dobbiamo liberarci dalla nostra malvagità e perversità originaria, oppure - nella versione psicoanalitica - dobbiamo addomesticare e civilizzare le pulsioni perverso-polimorfe che sin dall’inizio intorbidavano la mente del fanciullo tutt’altro che innocente che siamo stati e che ancora si acquatta impunito dentro di noi. Se questa risposta vi soddisfa, non vi resta che scegliere il luogo della vostra penitenza. Non c’è problema, la scelta è ampia e articolata. Potete scegliere penitenziari antichi, moderni e postmoderni. In questo, purtroppo, non posso esservi di aiuto, ma non preoccupatevi, troverete sul mercato tutto quello che vi serve. Se invece, come spero, la risposta non vi soddisfa, siete pronti per considerare senza pregiudizi l’ipotesi che segue: alla radice di ciò che inquina, distorce e corrompe la vostra vita non c’è altro che paura. E’ un’ipotesi che accogliete con sollievo, perché allontana la prospettiva penitenziale. Ma anche con sospetto, perché vi sembra di sentire in essa l’eco della vecchia e sorpassata utopia che assolve con formula piena l’uomo naturale, accollando tutti i mali all’educazione che lo guasta terrorizzandolo e reprimendolo. Tranquilli. Non vorremo certo scartare le cupe ideologie del perverso congenito solo per cadere nell’opposta melensaggine del buon selvaggio. Siamo giusti: se rifiutiamo le ideologie, facciamolo fino in fondo e imparzialmente. Senza sbilanciarci sulla nostra essenza originaria, ci limitiamo a prendere atto dell’impasto di inclinazioni buone e cattive che ci costituisce dall’infanzia in avanti. Ipotizziamo semplicemente nella paura il fattore cruciale che porta il peggio di noi a prevalere sul meglio. Questa ipotesi si fonda su un’evidenza: chi è in pace con sé stesso e col mondo non attacca brighe, non si abbuffa, non affumica sé e il prossimo, non molesta donne e bambini, non cerca di persuadervi che Gesù è meglio di Maometto o viceversa. Comportamenti aberranti di ogni sorta sono comprensibili come sfoghi di anime tormentate, lo ammetterete senz’altro. Ma come portare un po’ di sollievo a quel tormento (al vostro, al mio): questo è il problema. Ecco dunque il filo di Arianna che propongo alla vostra cortese attenzione perché possiate orientarvi nella labirintica esistenza: cherchez la peur! Ma, mi affretto a precisare, non in prima istanza. Mi sembra difficile non condividere il suggerimento di Tolstoj, di cercare prima di tutto la gioia. Se però questa, come troppo spesso accade, non si fa trovare, allora cercate la paura. Insisto sul cercare perché tutti abbiamo paura, ma non tutti sappiamo di averla. Penso per esempio a Giovanna, che ha con il suo cagnolino un rapporto di gran lunga migliore che con qualsiasi umano. Un giorno le dico: “Immagini che ora io mi alzo, vengo a sedermi vicino a lei e le tocco un braccio. Che cosa prova?”. “Disagio, fastidio”, risponde lei con una smorfia di disgusto. “Non mi piace il contatto umano”. Rifiuta il contatto perché l’umanità è inaffidabile. Solo i cani sanno amare in modo onesto e disinteressato. E’ triste ma è così. Ormai si è messa l’anima in pace. Ma io in pace non la lascio, e le ripropongo crudelmente la mia vicinanza immaginaria. “Da che cosa si sente minacciata?”, le chiedo. “Dalla sua falsità, risponde. Lei è falso, come tutti. Se si avvicina vuol dire che vuole qualcosa da me. Forse vuole sesso, oppure è una tecnica che sta sperimentando per vedere come reagisco”. Si direbbe che Giovanna sappia bene di che cosa ha paura. Ha paura degli esseri umani, che sono falsi, rapaci e manipolativi. “Inclusa me stessa”, aggiunge, perché ha troppa terapia alle spalle per continuare a pensare di essere l’unica giusta, ma non abbastanza per mettere veramente in dubbio le sue convinzioni. “Forse è vero che io sono rapace e manipolativo come tutti gli altri“, le dico. “Ma non vuole darmi una piccola possibilità?”. “Perché lei dovrebbe essere diverso? Ne ho viste troppe, da quegli esseri che erano i miei genitori, a quegli altri che sono stati i miei uomini. Basta così, grazie”. Giovanna compie un’operazione esemplare. Giustificando la sua paura, la fa sparire. Come dire: certo che ho paura dei serpenti velenosi, è ovvio. Basta stare alla larga. Dov’è il problema? Sparito. Voi direte: ma se questa persona è in terapia, un problema deve pur averlo. Non crediate che la Giovanna si confonda per così poco. Se a lei va di farsi due chiacchierate alla settimana con un uomo intelligente come me, deve inventarsi per questo qualche stupido problema? Quando dicevo che la gente spesso non sa di aver paura, intendevo questo: sembra che lo sappia, ma avendola ben incapsulata in qualche difesa a tenuta stagna è come se non lo sapesse. E’ un sapere solo razionale, più esattamente razionalizzato, quindi privato di ogni efficacia. Dunque, in primo luogo la paura deve essere sentita, non solo pensata. Per questo motivo sottopongo Giovanna al maltrattamento immaginario che vi ho descritto, e per il quale spero di non essere giudicato troppo male. Anche perché posso essere ancora più crudele. Infatti, se la mia vicinanza in immagine non bastasse a scalfire il muro di ragionamenti vuoti dietro il quale ella è rimasta prigioniera e a produrre una vera esperienza, sarei capace persino di avvicinarmi a lei in carne e ossa. A patto, beninteso, che tale movimento sia da me sentito, e non solo pensato: senza di che sarei prima di tutto in contraddizione con me stesso, e poi non farei che rafforzare la convinzione di Giovanna di essere sottoposta a una manipolazione tecnica. Bene, così vi ho dato un primo assaggio del mio stile di lavoro e nello stesso tempo la possibilità di affibbiarmi l’etichetta infamante di terapeuta selvaggio. Infatti, lo sa anche la vostra portinaia (che è molto ben aggiornata grazie alla posta dello psicologo di quattro riviste femminili) che le difese si interpretano, e non si aggrediscono direttamente. Se permettete, vorrei suggerire alla custode del vostro stabile la lettura di un libro molto istruttivo: Forty-two lives in treatment, di Wallerstein. Non avrà che da immergersi nelle ottocento pagine fitte dell’opera, e verrà a conoscenza dei risultati della più ampia e imponente ricerca che sia mai stata fatta in campo psicoanalitico, dei quali voglio comunque anticiparle il più saliente: tra ciò che gli psicoanalisti dicono e scrivono di fare e ciò che realmente fanno c’è un fossato, una voragine, un abisso. E’ un dato che può aiutare a non ingoiare troppo passivamente i miti circolanti. A parte questo, debbo rinunciare a difendermi dal giudizio al quale da me stesso mi sono esposto, perché per farlo dovrei addentrarmi dottamente nel campo dell’integrazione tra i diversi metodi di psicoterapia. Dirò solo che il movimento che mira ad abbattere gli steccati tra le scuole avanza oggi impetuosamente, ed è tanto fortemente sostenuto da una parte quanto fieramente avversato dall’altra, con dovizia di argomenti scientifici da entrambe le parti. Infatti la nostra disciplina si distingue da altre, più sobrie, perché qui si dimostra scientificamente tutto e il contrario di tutto. Ma torniamo a noi: non mi sono allontanato troppo dall’impegno che ho preso con voi? Spero di no. Io non so ancora che cosa scriverò nelle prossime pagine, però credo che attingerò spesso e volentieri al mio archivio professionale perché mi preme trasmettervi questo messaggio: vedete che cosa vi aspetta, se non vi date una mossa. Se non vi date da fare per distillare un’esperienza significativa dalla vostra vita di tutti i giorni, non vi resterà che andare a farvi strizzare il cervello da qualcuno dei miei colleghi, e che Dio ve la mandi buona. A meno che, naturalmente, non preferiate continuare a dormire della grossa. Spero che mi permetterete di parlarvi un po’ più rudemente, adesso che ci conosciamo meglio. Siete capaci di mettervi da voi stessi di fronte alle vostre paure, senza farle sparire dietro difese impenetrabili? Se no, vi consiglio di utilizzare il modesto aiuto che vi offro. Con Giovanna ho usato un approccio diretto dopo aver constatato l’assoluta impenetrabilità di quello interpretativo. In altri casi scelgo la via diretta da subito, senza farla precedere da cinque anni di interpretazioni. Dipende. Ma entrambi i modi non sono che varianti professionali di modalità di rapporto ordinarie, ed è soprattutto per questo che ve ne parlo. Quando vostra moglie vi dice: “non ti sembra che te la stai prendendo un po’ troppo?”, dopo un vostro attacco di furore perché gli spaghetti sono stati scolati con un minuto di ritardo, vi sta trasmettendo un messaggio che altri chiamerebbero pomposamente “interpretazione di transfert”. Una formulazione più articolata, ma meno elegante, di esso suonerebbe: “il tuo bambino onnipotente è fuori dalla grazia di Dio perché la sua mamma, che dovrebbe essere anche lei onnipotente, lo ha amaramente deluso con una prestazione ben al di sotto della perfezione”. Quelli tra voi che hanno alle spalle un’analisi decennale non possono trattenere un sorriso di commiserazione. “Ma si capisce, dottore. Nella vita di tutti i giorni si sparano di continuo interpretazioni che possono anche essere giustissime, e ciò nondimeno restano inefficaci se non dannose in quanto fornite al di fuori di un corretto setting analitico”. A quei pochi che non sanno che cosa è il setting, dirò che è quella particolare situazione che si crea tra un analizzando e un analista, e che è definita dal luogo, dall’orario, dalla posizione distesa, e in generale da tutte le regole del gioco che vengono più o meno esplicitamente concordate. Obiezione accolta, miei cari. Sapete quello che dite, perché avete sicuramente assistito a delle liti tra analizzati, se non ne siete stati voi stessi i protagonisti. Ad esempio: “E’ possibile che dopo vent’anni di matrimonio, buona parte dei quali in analisi, tu debba continuare a scambiarmi per tua madre?”, attacca lei. “Non c’è nulla da fare, una donna non rinuncia mai al suo sogno fallico. E’ la roccia basilare”, contrattacca lui. Lei: “Lo vedi? Povero bambino, è sempre colpa della mamma se non cresci mai.” Lui: “Con le mamme che mi sono ritrovato è già un successo essermi salvato dalla psicosi. Sono orgoglioso di me”. Obiezione respinta, d’altra parte. Le interpretazioni che il signor Rossi e signora si tirano addosso l’un l’altra come pietre sono propriamente e in primo luogo oggetti contundenti. Se vi arriva un sasso sulla testa il vostro primo impulso non è di vedere se per caso vi è attaccato un biglietto con un messaggio. E’ verissimo che la comunicazione è difficile al di fuori di un setting, se con questo termine si intende uno spazio definito da regole negoziate e accettate dai partecipanti al gioco, e da un clima che quelle regole permettono di produrre e mantenere. Ma non è vero che la creazione di tali spazi sia una prerogativa esclusiva degli analisti o di altri professionisti. E’ mia convinzione che con un po’ di buon senso e di buona volontà anche nelle normali relazioni affettive si possano aprire e attrezzare spazi adatti alla comunicazione trasformativa. Il guaio è che tanto l’uno quanto l’altra sono beni piuttosto scarsi, in ogni tempo e ad ogni latitudine. Non mi riferisco a voi, che siete di certo provvisti a sufficienza di entrambi i beni, come è vero che mi state leggendo. Ora siete soddisfatti perché ho riconosciuto il vostro buon senso e la vostra buona volontà, ma vi preoccupate perché non siete sicuri di disporre di relazioni adatte al lavoro che vi propongo. Mi chiedete se non può bastare la nostra, di relazione, che è recente ma promette bene. Vi rispondo che per il momento sì, può bastare, ma è mio dovere avvertirvi che se la cosa dovesse restare strettamente tra di noi non andremmo molto lontano. Il fatto è che per quanto buono sia il rapporto empatico che si è stabilito tra noi, la sua base resta insuperabilmente cartacea. Anche su questa molto può avvenire, e qualcosa sta già avvenendo, ma non chiedetele troppo. Con buona pace di guru e profeti antichi e massmediatici, nulla può sostituire la relazione diretta tra due individui. Quando siete spaventati o arrabbiati, il vostro compagno o la vostra compagna, non Buddha o Mosé, né i libri che narrano le loro imprese, possono sentire e capire quello che vi sta succedendo e riflettervelo più o meno fedelmente. Conoscersi senza specchiarsi negli altri è un’impresa quasi proibitiva: la fatica è doppia, la possibilità di errore dieci volte tanto. Non avete una compagna? Il vostro compagno legge solo la Gazzetta dello sport? Mi dispiace, ma se siete interessati al viaggio di cui vi parlo, avete bisogno di qualcuno che ne condivida il rischio, la fatica e il piacere. La carta stampata che è sotto i vostri occhi può servirvi come mappa o carta nautica. Ma la compagnia dovete trovarvela voi. Non sapete come fare? Va bene, vi darò una mano. Per cominciare, esaminiamo la vostra motivazione. Che cosa state cercando, esattamente? Qualcuno che vi protegga, vi rassicuri, vi accudisca, vi rammendi i calzini? Un uomo che vi faccia sentire amata come Giulietta, una donna capace di eccitarvi come una geisha? Una ragazza di buona famiglia, un uomo con una solida posizione? Tutte queste cose assieme? Benissimo, non c’è niente di male. Ma non accontentatevi di così poco. Cercate anche e soprattutto un vero compagno o una vera compagna, e pazienza se alcune delle cose prima elencate mancheranno: sono cosucce, rispetto alla cosa principale. Forse non avete ancora trovato la persona adatta perché vi siete persi nei dettagli. Dovete concentrarvi sull’essenziale: se volete lanciarvi nell’affascinante e rischiosa avventura della conoscenza di voi stessi, dovete persuadere qualcuno a venire con voi. Se invece trascurate l’essenziale e privilegiate i dettagli, potrete trovare o no quello che cercate, ma, se è vero che fatti non foste per viver come bruti, sentirete che alla vostra vita manca qualcosa. Vi aggrapperete alle cose che avete e temerete di perderle. Avrete paura di non ottenere quello che desiderate o di subire quello che non desiderate. Vi angoscerà il pensiero di arrivare al momento cui nessuno sfugge senza aver capito come funziona questo dannato gioco. Vedete che la paura, se la cacciate dalla porta, rientra dalla finestra. E’ un soggetto ineludibile. Tanto vale aprirle la porta principale e invitarla ad accomodarsi. Un elemento così è meglio averlo di fronte che trovarselo alle spalle. La paura è ubiquitaria, ma si nasconde molto bene. Si maschera da rabbia, da noia, da ingordigia, da voglia di trasgressione. E’ così abile nei suoi travestimenti che da soli difficilmente riuscireste a smascherarla. E ancor meno a sopportarla. Vi rinnovo pertanto il mio consiglio: cercatevi un compagno di viaggio. Se proprio non trovate di meglio, potrete sempre ripiegare su un terapeuta. Sarà comunque, dovete saperlo, una soluzione temporanea, a meno che non vogliate restare in terapia a vita. (Certo non siete così ingenui da pensare che una terapia vi conduca alla meta finale). Beninteso, la terapia rimane la prima scelta, se le vostre paure sono così grandi o così ben camuffate da sintomi nevrotici da non poter essere contenute né trattate all’interno di un rapporto affettivo normale. Ugualmente, se non potete tollerare uno scambio alla pari e volete tutta l’attenzione per voi stessi, se non riuscite a trovare una persona alla vostra altezza (quelle che lo sono, sono già occupate), o se non vi basta un partner al vostro livello e volete un esperto, in tutti questi casi probabilmente avete bisogno di un terapeuta professionista. Spero che nessuno mi faccia questa domanda imbarazzante: conosci molti rapporti come quello che ci inviti a cercare? In ogni modo, visto che me la sono fatta da solo, risponderò: pochissimi, in verità. Dopodiché sospetto che mi domanderete: ma perché ci consigli una cosa così rara e improbabile? In primo luogo perché nel mio orizzonte la terapia è l’unica alternativa a ciò che vi propongo, e non voglio essere accusato di non aver fatto il possibile per risparmiarvela. Esistono naturalmente altri orizzonti, e molto più radiosi: vie di salvezza millenarie, promesse di illuminazione e di nuove età acquariane. Lì non si cammina a tentoni, ma si segue qualcuno che ha già trovato la luce su un percorso ben tracciato e collaudato. Se decideste di imboccare una di quelle vie, la vostra scelta avrebbe diritto a tutto il mio rispetto, ma non potete chiedermi oltre a questo di consigliarvela: c’è già chi lo fa, il compito che nel grande gioco è toccato a me è un altro e molto più modesto. Io mi rivolgo soprattutto a chi, come me, essendo del tutto inabile, per motivi congeniti o acquisiti, al ruolo di seguace, è obbligato a muoversi in proprio con il solo aiuto di compagni di strada che di solito non vedono molto più lontano di lui. Questi compagni possono essere per un certo tratto dei terapeuti, ma se, come ho detto, non volete restare pazienti a vita, e non volete nemmeno indulgere, dopo i vostri dieci anni e passa di analisi, nella pericolosa illusione di essere guariti, la questione del compagno-non-terapeuta si ripropone inevitabilmente. A chi non è interessato alla materia, invio i miei più cordiali saluti. Le nostre strade si separano, ma non si sa mai: potrebbero incrociarsi di nuovo. Ai pochi rimasti, un arrivederci al prossimo capitolo, dove cercheremo di avvicinarci al cuore del problema. III . Sogno o son desto? Cari amici, permettetemi ormai di considerarvi tali. So bene che un sentimento amichevole non esclude il suo contrario, anzi. Le cose che vi ho detto fino a questo momento non possono non aver incontrato la vostra ostilità. Ma se questa non ha avuto il sopravvento e non vi ha costretto ad allontanarvi, lo debbo evidentemente a un impulso più forte di segno contrario. Del quale non abuserò, siatene certi, perché so come è prezioso, e quanto ne ho bisogno. Non avrei di sicuro la forza di continuare a scrivere, particolarmente su un tema così sgradevole com’è quello che ho scelto, se non mi sentissi sostenuto da voi. D’altra parte, il bisogno che ho del vostro sostegno potrebbe indurmi a eliminare o ammorbidire quelle parti del mio discorso che rischierebbero di farmelo perdere. E’ una situazione assolutamente tipica, pronta a trasformarsi in una trappola micidiale: cosa che quasi ineluttabilmente accade nell’infanzia, cioè quel periodo della vita che va dalla nascita in avanti, spesso senza un termine preciso, non di rado senza termine del tutto. Eccoci al cuore del problema, come vi avevo promesso. Siamo creature fragili e bisognose. La paura di perdere il favore delle persone da cui dipendiamo ci spinge a fare il possibile per accontentarle; o, al contrario, se odiamo dipendere, per scontentarle. Le conseguenze più comuni saranno: inibizione, rancore, senso di colpa per i pensieri di vendetta, paura per le probabili rappresaglie. Questo è il terribile dilemma che i bambini di ogni età cercano inutilmente di risolvere: se non li accontento mi rifiutano e io muoio; se li accontento mi spengo e muoio lo stesso. Non si esce vivi dall’infanzia, quasi mai. In realtà le parti amputate non sono estinte del tutto. Giacciono in uno stato di morte apparente dal quale potrebbero anche risvegliarsi, in condizioni molto favorevoli. Sono, effettivamente, morte di paura. Perché di paura si muore, quando non si rimane storpi e sciancati. In un modo o nell’altro ce l’avete fatta, siete diventati adulti: lo deduco dal fatto che non state leggendo Topolino. Quella parte di voi che è sopravvissuta alle traversie dell’infanzia ha conquistato una relativa autonomia. Avete fatto il vostro ingresso trionfale nel ciclo della produzione e del consumo, avete un reddito da spendere e da difendere. Ma soprattutto avete imparato a parlare. Anche i bambini parlano? Lasciatemi chiarire. L’infante, come sapete, e se non lo sapete vuol dire che il vostro latino ha bisogno di una rispolverata, è colui che non parla. Ma attenzione, ci sono diversi gradi di afasia. Per il principio che noi siamo, in linea di massima, ciò che mangiamo, chi si nutre solo di fumetti e della pagina dello sport sembra che parli ma, indipendentemente dall’età, è psicologicamente afasico o infante. Vale a dire, dispone di un linguaggio rudimentale che gli permette di distinguere i buoni dai cattivi e di fare il tifo per gli uni o per gli altri. Se ha paura, sa descrivere il malintenzionato che lo minaccia o, se il malintenzionato è lui, la polizia che gli è alle calcagna. Fine. Quello che manca completamente è il linguaggio dell’esperienza. Voi lo sapete, che cosa è l’esperienza, ma forse così, su due piedi, non sapreste definirla. E’ più facile capire che cosa non è. Quando vostro marito vi dice, per la centesima volta: “Quei bastardi continuano a mettermi i bastoni tra le ruote”, voi sospirate, perché sentite che qui non parla l’esperienza, ma un programma cerebrale computerizzato che elabora gli accadimenti nei termini di un piccolo numero di schemi stereotipati. Se invece dice: “Sono preoccupato perché non riesco a intendermi col responsabile degli acquisti”, voi sapete che vi sta parlando della sua esperienza, e si accende almeno un barlume di interesse. Forse non ci avete mai pensato, ma intuitivamente siete capaci di distinguere due tipi di linguaggio: quello del Bene e del Male, e quello dell’esperienza. Nel primo il parlante è in effetti parlato da un programma in cui i Valori sono precodificati. Non importa da chi sia stato scritto (di solito è una congerie di istruzioni che il soggetto ha assorbito passivamente o si è dato lui stesso), il risultato avrà sempre la forma di un comando, rivolto a sé o ad altri, la cui trasgressione configura automaticamente una colpa. Esempi tipici: devo amare i miei genitori (se non li amo, sono cattivo); devo amare tutti (idem); ho diritto di essere amato dai miei genitori (se non lo fanno, sono cattivi); tutti mi devono amare (idem). Il secondo tipo di linguaggio è utilizzato da chi è in grado di esprimere un disagio - negli esempi precedenti, il dolore per la mancanza di amore - senza attribuirlo ipso facto a un colpevole (me stesso o qualcun altro, il destino o un difetto di serotonina nelle mie sinapsi). E’ di gran lunga meno popolare del primo, a tutti i livelli. Mentre il linguaggio dei Valori conosce a priori la causa di ogni sofferenza, e quindi non ha mai bisogno di cercarla, il secondo è detto (da me) dell’esperienza perché è l’unico a consentirla, non dando nulla per scontato. L’esperienza è ciò che percepite, sentite, volete e pensate in questo momento. Sembrerebbe semplice: tutti hanno un’esperienza, direte voi, a meno che non stiano dormendo profondamente o non siano in coma. Invece no. Nella semplice definizione che vi ho appena proposto c’è una clausola cui forse non avete dato troppa importanza: in questo momento. Credete che sia facile essere qui e ora? La gran parte di noi, per la gran parte del tempo, non lo è: siamo altrove, là dove per noi il tempo si è fermato. Questo altrove può essere detto infanzia, il che spesso è vero alla lettera, nel senso che vediamo le cose e reagiamo ad esse come abbiamo imparato a fare da piccoli. Se poi il programma stereotipato che a nostra insaputa ci governa non lo abbiamo appreso quarant’anni fa dai nostri genitori, ma quattro mesi fa da Pippo Baudo, capite bene che non fa molta differenza. Con queste premesse siamo meglio attrezzati per addentrarci nel nostro tema. Supponiamo che vostra moglie, dopo la vostra ennesima scenata per gli spaghetti scotti, non vi fornisca la risposta pacata cui siete abituati, ma vi comunichi la sua decisione di fare le valigie. Questa volta avete proprio esagerato. Un leggero capogiro, e la sensazione che il sangue abbia smesso di irrorare i vostri territori cutanei, vi avvertono che state prendendo sul serio la minaccia. In altre parole, avete paura. Che cosa fate? a) Sopraffatti dal senso di catastrofe, implorate vostra moglie di non lasciarvi, le giurate che la sua cucina è eccellente e invocate il suo perdono. Lo ottenete e vi trasferite in camera da letto per celebrare la riconciliazione. b) Superate il momentaneo smarrimento, rialzate la testa e rilanciate: ma sì, vai pure, non sarà così difficile trovare una donna che sappia cucinare gli spaghetti. c) Riconoscete di aver paura, ma riuscite a tenere i piedi per terra. Ragionate: se un rapporto è sano, non si rompe per un banale litigio; che dunque è la spia di un malessere più profondo, su cui è urgente indagare. Non avete avuto la minima difficoltà ad attribuire le prime due risposte all’universo dei comportamenti infantili e la terza al registro adulto. Lì la paura è immediatamente decodificata da un programma che in men che non si dica vi porta all’identificazione del colpevole (voi o vostra moglie). Qui è utilizzata per iniziare e sostenere una ricerca sui motivi di un dissidio che pur essendo banale è realmente minaccioso, finché non ne sarà scoperto il significato. Vedete dunque che per imboccare l’unica strada che non vi riporta nella palude infantile non avete che da installarvi nella vostra parte già cresciuta, per piccola che sia, e di lì osservare con estrema attenzione le manovre dell’altra parte, purtroppo molto più estesa. Ma non preoccupatevi: se avete seguito il mio consiglio, e avete stipulato con vostra moglie un’alleanza di lavoro finalizzata alla bonifica delle rispettive paludi, avete già quasi tutto quello che vi serve. Il resto lo troverete nel prosieguo. Come dite? Non sapete come fare per installarvi nei vostri territori adulti (della cui esistenza, per quanto ridotta, comunque non dubitate)? Eppure la vostra stessa domanda mostra che siete sulla strada giusta. Vi è mai capitato, nel bel mezzo di un sogno, di essere colti dal sospetto che si tratti proprio di un sogno, e di porvi di conseguenza la fatidica domanda: sogno o son desto? Se vi è capitato, saprete che è sufficiente osservare con attenzione la qualità dell’esperienza per capire se state sognando o siete svegli. Normalmente scambiamo per realtà i nostri sogni solo perché il dubbio non ci sfiora. Se, nel momento in cui vi rendete conto di sognare, non vi svegliate, entrate in uno stato di coscienza particolare che si chiama sogno lucido. Se l’avete provata, sapete che è un’esperienza affascinante, e forse vi siete chiesti se è possibile riprodurla a volontà. Ebbene sì, è possibile. Per ottenerla sono state escogitate diverse tecniche, una delle quali consiste nel praticare la lucidità anche nella vita di veglia. Perché, naturalmente, essere svegli non equivale a essere lucidi, cioè consapevoli o presenti a sé stessi. Di solito non lo siamo da svegli più di quanto lo siamo dormendo. Nella vita cosiddetta di veglia noi brancoliamo per lo più in uno stato semiipnotico o sonnambolico, guidati, se di guida si può parlare, dal pilota automatico di turno. Come già qualche secolo fa un poeta ha cercato di farci vedere, la nostra vita è composta dello stesso tenue materiale di cui son fatti i sogni. Pertanto la stessa domanda - sogno o son desto? - che apre l’accesso alla lucidità notturna è molto appropriata anche nella nostra esistenza diurna, di veglia apparente. Come di notte, nemmeno di giorno ci viene il sospetto che stiamo dormendo in piedi, cullati dai nostri sogni o perseguitati dai nostri incubi. Ma la domanda ci scuote dal letargo, insinuando il dubbio nella nostra mente impigrita. E’ proprio vero che non posso vivere senza questa donna e quindi sono in balia dei suoi capricci? O, all’opposto: sarà vero che questa vita di single mi va a pennello, perché sono uno spirito libero e il bisogno di una relazione stabile me lo sono lasciato alle spalle? Ecco un piccolo elenco di sogni e incubi molto comuni. Non devo lasciarmi avvicinare, altrimenti penseranno che non sono una donna seria. Tutti gli uomini vogliono solo quello. Tutte le donne ci stanno, se hai gli argomenti giusti (io purtroppo non li ho). Se fallisco nel mio lavoro, sono un uomo finito. La vita deve essere sempre frizzante. Prendo in considerazione solo gli uomini di cui sono innamorata (e mi innamoro solo di uomini sbagliati). Devo salvare la mia immagine, perché dietro non c’è niente. D’accordo, non è così facile. Quando il sonno è profondo, i sogni sono terribilmente convincenti. Lo avete constatato più volte con i sogni degli altri, se avete provato a svegliarli. Per quanto angoscioso sia un incubo, chi ne è afflitto sembra straordinariamente riluttante a liberarsene. Provate a contraddire un depresso: vi dimostrerà che la sua indegnità non è un’opinione, ma un dato di fatto comprovato e assodato. In realtà la sua stessa certezza dimostra precisamente che sta dormendo: se cominciasse a dubitarne, sarebbe il primo segno di risveglio. Molte persone, è vero, sembrano del tutto incapaci di mettere in discussione le loro verità. Ma sono certo che voi non siete tra queste: dovete essere almeno un po’ svegli, per capire che per la maggior parte del tempo non lo siete. Certo, anche voi avete le vostre convinzioni. Però non siete così timorosi da tapparvi le orecchie per non rischiare smentite. Anzi, siete forse disposti a mettere alla prova questo criterio che vi suggerisco: quanto più indiscutibile vi sembra il vostro punto di vista, tanto più profondo è il sonno in cui siete immersi. Questo vi ricorda qualcosa? Forse vi viene in mente la sentenza dell’oracolo in cui Socrate è dichiarato l’unico sapiente, poiché è l’unico a sapere di non sapere. Basta sostituire il sonno con l’ignoranza e la sovrapposizione è perfetta. Se l’avete pensato, vi prego, non ditemi che adesso voglio atteggiarmi a sapiente. Al massimo potete accusarmi di voler fare il filosofo, cioè di vestire i panni di colui che sapiente non è, ma amando la sapienza si permette di fare tutte le domande che per la buona educazione e le convenzioni stabilite non si dovrebbero fare. Da questa imputazione non mi difenderei, anzi ammetterei senz’altro la mia colpa; ma aggiungerei che se mi do all’esercizio abusivo dell’arte filosofica non è perché mi attribuisco meriti o capacità speciali, ma solo perché ogni terapeuta, che lo sappia e lo voglia o meno, fa della filosofia pratica, e non può non farla. Sapete tutti che la psicoterapia moderna è nata con Freud, e forse sapete anche che non è stata una nascita facile. Una difficoltà che la neonata si è trovata subito di fronte, o più esattamente addosso, è stata l’abitino analitico che suo padre le ha amorevolmente confezionato e ha voluto a tutti i costi che indossasse come unico indumento, anche se le stava evidentemente un po’ stretto. Certo il babbo premuroso si rendeva conto che la piccola mostrava inclinazioni e tendenze che quel vestitino non poteva coprire né favorire, ma questo non bastava a suggerirgli l’opportunità di modificarlo. Al contrario, era profonda convinzione del genitore che tutto ciò che si poneva in contrasto con il canone analitico non potesse derivare che da cattive abitudini che la bimba aveva purtroppo ereditato dai suoi antenati, e che una ferma e rigorosa educazione avrebbe dovuto proporsi di estirpare. La parola suggestione, che nessun analista ben formato può sentire senza provare un moto di disgusto, è stata adottata per indicare sbrigativamente l’insieme di tutte quelle inclinazioni viziose delle quali non vale la pena di occuparsi in dettaglio. Il padre della psicoanalisi era, ideologicamente, un progressista: una di quelle persone che identificano il male con l’originario (il bambino è un perverso polimorfo) e il bene con il progresso ottenuto addomesticando e civilizzando la sostanza primitiva e animalesca che alla base ci costituisce (l’ideologia opposta, tradizionalista, colloca il bene all’inizio e il male in tutto ciò che ha smarrito la connessione con la radice originaria). Chi scrive ha con le ideologie, di qualsiasi tipo, un rapporto difficile. Nel corso della sua esistenza ha provato più volte a sposarne una, essendo questa la condizione richiesta per essere ammessi nelle scuole e nei circoli culturali nei quali gli sarebbe piaciuto accasarsi. Una idiosincrasia invincibile lo ha costretto tuttavia alla separazione e al divorzio in tutti i casi. Impossibilitato ad aderire a un sistema di pensiero che gli avrebbe garantito a priori una minima conoscenza del bene e del male, è obbligato, nell’esercizio della sua professione, a chiedersi a ogni passo: che cosa andrà bene in questo momento? di che cosa ha bisogno questa persona in questa seduta? che tipo di risposte posso e debbo cercare di dare? E’ vero, non tutti i terapeuti soffrono di questa idiosincrasia. Coloro che, più fortunati di me, possono basarsi sul sicuro fondamento di una dottrina, non debbono farsi troppe domande. Sanno, già in partenza, che il paziente non ha bisogno d’altro che di buone interpretazioni di transfert; o di una sana risonanza empatica; o di un nuovo apprendimento che corregga il mal’apprendimento precedente; o di un’altra cosa, scelta in un elenco di alcune decine, a seconda della scuola di appartenenza (del terapeuta ovviamente, non del paziente; ma si intende che i bisogni di questo debbono coincidere con quanto previsto dalla scuola di quello). Poiché tuttavia i pazienti, pur facendo del loro meglio, non riescono quasi mai a trasformarsi completamente nel tipo di paziente che il modello del loro terapeuta esige, si produce di regola uno scarto più o meno ampio tra la teoria e la pratica. In questa terra di nessuno ha luogo immancabilmente un braccio di ferro o una sorda e a volte vivace contesa in cui il terapeuta cerca di persuadere il paziente che il suo rifiuto di sottomettersi ai canoni del metodo non è altro che una volgare resistenza, mentre il paziente cerca di emancipare il terapeuta dalla devozione codina al modello dei suoi padri. L’esito della lotta è incerto e aperto a molte soluzioni, dalla capitolazione di uno dei due alla rottura traumatica. Quale che esso sia, in questa zona marginale sottratta alla legislazione vigente avviene un confronto che può essere la cosa più importante dell’intero trattamento e che, nei casi in cui porta a uno sviluppo del processo, ha una sicura qualità filosofica, per quanto i partecipanti al colloquio possano ignorarlo, come quel borghese gentiluomo che ignorava di parlare in prosa. Infatti, in quello spazio della relazione che si apre grazie al fatto che entrambi gli opponenti rinunciano a far valere le loro pretese affettive o ideologiche, si può finalmente instaurare un dialogo tra due persone che hanno messo da parte la loro convinzione di sapere, e quindi sono disposte ad ascoltare e a interrogarsi. Qui si pongono le domande che contano: che senso ha il nostro incontro? che cosa chiediamo, l’uno all’altro? dove vogliamo andare? che rischi siamo disposti a correre, quali prezzi possiamo pagare? Sull’onda delle domande precedenti ne faccio ancora una: non credi, caro lettore, che le stesse questioni si pongono anche, e a maggior ragione, nella tua vita di tutti i giorni, nei tuoi rapporti, e specialmente in quello di coppia? Lo so, è una domanda retorica. Tu e io lo sappiamo benissimo che quelle domande si pongono e anzi s’impongono, se solo gli diamo lo spazio necessario. Il fatto è, naturalmente, che troppo spesso glielo lesiniamo, oppure lo chiudiamo del tutto con risposte stereotipate. Del resto è comprensibile: se permettiamo a quelle domande di sprigionare tutto il loro potenziale eversivo, dove andremo a finire? Che ne sarà dei nostri precari equilibri, di quelle poche certezze su cui abbiamo basato la nostra capacità di sopravvivere in questo mondo in cui siamo stati inesplicabilmente gettati? Non per niente Socrate, che faceva troppe domande, fu messo definitivamente a tacere dai concittadini allarmati. Ricapitoliamo. Siamo partiti dall’identificazione dell’infanzia come luogo proprio della paura. Infanzia come debolezza, fragilità, dipendenza. Ma anche, e soprattutto, come incapacità di dire l’esperienza essenziale (ho fame, ho paura, mi piace, fa male) al netto della distorsione prodotta dai giudizi che creano vittime e carnefici, colpevoli e innocenti, sventure e destini. Infanzia, quindi, come sonno della ragione, come permanenza prolungata in un mondo oniroide popolato dai fantasmi generati e nutriti dall’immaturità. Il cammino di liberazione dalla paura sembra dunque segnato: non può che coincidere con quello che porta alla crescita e al risveglio. E allora perché non lo imbocchiamo con decisione, grati a chi ce lo mostra e anteponendolo a ogni altra meta? Al contrario, qualsiasi altro obiettivo ci sembra più urgente e desiderabile, perché la strada che abbiamo davanti a noi fa più paura delle paure dalle quali ci dovrebbe liberare. Dovendo scegliere tra spaventi vecchi e nuovi, preferiamo tenerci quelli cui siamo almeno abituati. Ma che cosa c’è di così temibile nella crescita e nel risveglio? Una prima risposta è questa: il prezzo da pagare è l’abbandono dei sogni che, se da un lato ci spaventano, dall’altro sono tutto quello che abbiamo, fintanto che perdura il nostro soggiorno in quel mondo. Se volete liberarvi dalla paura che vostra moglie vi tradisca o vi lasci, dovete rinunciare all’idea di avere vincolato, con regolare contratto matrimoniale, una fonte di rassicurazione materna in servizio permanente. Non potete conservare una faccia della medaglia e buttare via l’altra. Una seconda risposta considera la condizione di anestesia e di morte apparente con cui siamo emersi dall’infanzia. Lo scioglimento delle emozioni congelate ci riporta direttamente sulla scena delle tragedie infantili dalle quali pensavamo di essere usciti una volta per tutte. Invece no: ci ritroviamo piccoli, bisognosi, impotenti e furiosi. E’ qualcosa che non avevamo messo in preventivo: per crescere non si può fare a meno di tornare al momento in cui la crescita si è malauguratamente interrotta. Cosa che ci può apparire così incresciosa, e così umiliante, che preferiamo lasciar perdere. Da quanto precede si può ricavare la seguente legge generale: è molto improbabile che qualcuno decida di abbandonare i propri sogni a meno che questi non si siano già trasformati in incubi. O, in altre parole: è ben difficile che qualcuno decida di svegliarsi fintanto che i suoi sonni non sono troppo disturbati. L’individuo cui questo non è ancora accaduto è detto, nel nostro gergo, normopatico. Una persona che può anche essere relativamente innocua, a meno che non si metta in testa di diventare terapeuta, non l’abbiate sposata, o non pretendiate di instaurare con lei un dialogo qualsivoglia. Ma tra voi, miei cari, la quota di normopatici non può che essere irrisoria (non arrivo a dire nulla, per lasciarvi almeno un piccolo dubbio). Infatti per il normopatico la paura non è un problema. Lui ha solo paure reali e legittime, come quelle dei ladri, della crisi economica o di una visita della finanza. Delle sue paure profonde non sa nulla, perché le ha ibernate nel reparto a tre stelle del suo frigo molto tempo fa, e poi se ne è completamente dimenticato. Poiché non è questo il vostro caso procediamo, amici, affratellati dalla comune condizione di semi-svegli, nel nostro viaggio. IV . Polli metropolitani Non sono sordo né insensibile alle vostre proteste. Avevate apprezzato la mia libertà di pensiero e indipendenza di giudizio, e ora vi deludo perché parlo come uno psicoanalista qualsiasi che riduce tutto all’infanzia, come se non esistesse una realtà attuale, come se una persona adulta non avesse diritto ad avere dei problemi senza sentirsi dire che il vero problema è che non è cresciuta. Vi viene il sospetto che io viva in un mondo a parte, che non sia in contatto con la realtà quotidiana in cui vivete voi, che non sappia che cosa vuol dire far quadrare il bilancio per arrivare alla fine del mese. Gli incubi immaginari di cui mi occupo io sono altra cosa rispetto all’incubo molto reale di perdere il posto di lavoro. Lo so, io, che cosa significa questo? Cercherò di riconquistarmi la vostra fiducia sottoponendovi un altro frammento della mia biografia, cosa che un vero psicoanalista non farebbe mai. Vi ho già parlato della mia incapacità di appartenere che mi ha impedito di diventare un seguace di qualsiasi scuola o setta, benché ci abbia provato più volte. Il desiderio del tepore del gregge combinato con il rifiuto di farne parte ha prodotto un destino di spaesamenti e peregrinazioni che ha richiesto diversi anni per consumarsi. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per riconciliarmi con la condizione che è sempre stata mia: quella del viaggiatore che non ha guide né maestri, a parte il suo demone, ma solo compagni di viaggio. Se la mia sia una modalità di esperienza in sé valida e legittima, o piuttosto una scelta luciferina, o magari un disturbo narcisistico della personalità, non posso essere io a dirlo. Io la mia idea me la sono fatta, voi fatevi la vostra. Ma vengo al punto. Avendo avuto cura di sciogliere i legami con tutti i maestri e le scuole che ho incontrato sulla mia strada, mi ritrovo oggi molto libero, cosa di cui sono felice, e piuttosto isolato, cosa di cui lo sono meno. Anche perché questo mi colloca, secondo gli studi prospettici di settore, in un gruppo a rischio. Dovete sapere che in tutto il mondo civilizzato il rapporto tra domanda e offerta di psicoterapia si sta abbassando continuamente e inesorabilmente. La previsione è che nel prossimo decennio una frazione non irrilevante di coloro che oggi esercitano questa professione dovrà trovarsi qualcos’altro da fare; essendo gli atipici come me, fuoriusciti dai circuiti istituzionali, ovviamente i più esposti a tale evenienza. Ebbene, amici, la triste realtà è che la mia occupazione è a rischio quanto e più della vostra. Con l’aggravante che io ho passato i cinquanta e non so fare altro. Se pensate che la cosa mi inquieti, avete perfettamente ragione. Debbo fronteggiare, come voi, una minaccia non immaginaria. Che posso fare? Rientrare in qualche ovile, non se ne parla nemmeno: anche se volessi, non ho più l’età. Se d’altronde potessi, non vorrei, perché non sono minimamente pentito: rifarei tutto quello che ho fatto e ridisferei tutto quello che ho disfatto. E allora? “L’importante, amico mio, è scavarsi una nicchia e resistere”, è scritto su un biglietto di auguri che ho ricevuto per il mio compleanno. E come si fa a scavarsi una nicchia? Come fanno tutti, in questi frangenti: si fonda una scuola. Si scrive un libro in cui si dimostra che il proprio modello è superiore a tutti gli altri, si raccolgono e si organizzano i seguaci. Così, dopo aver passato la vita a scontrarmi con i seguaci di tutte le scuole, dovrei fondare la mia e indurre qualcuno a seguirmi. Mi attira di più l’idea di passare il resto dei miei giorni in un monastero del Ladakh (regione himalayana). Ma c’est la vie, obiettate voi. La vita sociale è organizzata in parrocchie, partiti, clan, logge, associazioni pubbliche e private. Se non sopporti di essere un gregario devi fare il leader, è la legge del branco. Lo capisco, e fino a un certo punto persino lo apprezzo. Tuttavia, abbiate pazienza: anche tra i lupi si trovano esemplari che preferiscono starsene fuori. In ogni modo, un libro lo sto scrivendo lo stesso: quello che voi state leggendo. Mentre colgo l’occasione per ringraziarvi della fiducia che mi avete accordato fino a questo momento, mi viene un dubbio. Se vi invito, come ho fatto, a seguirmi nell’esplorazione delle vostre e delle mie paure, non sto per caso cercando subdolamente di procurarmi anch’io dei seguaci, nonostante abbia appena affermato il contrario? Spero di no; comunque è meglio che stiamo tutti in guardia, non si sa mai. Anche se non è rivolta a fini così riprovevoli, la stesura di questo testo è ugualmente collegata al tema: nel senso che la paura non ne è solo l’oggetto dichiarato, ma anche il movente. Infatti, che cosa fareste voi al mio posto? Data l’incertezza che grava sul vostro futuro professionale non tentereste di riciclarvi in qualche modo? Ebbene, è proprio quello che cerco di fare. Tra i fattori che mi hanno spinto a scrivere c’è anche, lo ammetto, la fantasia di prepararmi un’alternativa come biblioterapeuta, nel caso la professione di psicoterapeuta un giorno non tanto lontano non mi desse più abbastanza da vivere. Lo so, è una fantasia che andrebbe tenuta nascosta, perché appena portata alla luce si rivela in tutta la sua miserevole inconsistenza. Il fatto è che nella mia situazione (e forse anche nella vostra) le alternative sono tutte un po’ evanescenti, e in qualche modo bisogna pur darsi da fare. La paura ci segnala un pericolo reale, anche se non immediato, e ci induce a prendere i provvedimenti idonei a scongiurarlo. Tutto ciò che possiamo fare sul piano di realtà, lo facciamo. Ma se, come nel mio caso, su questo piano non c’è molto da fare, ci conviene considerare la questione da un’altra angolatura. Adesso siete perplessi. Esiste un altro piano, oltre a quello di realtà? A parte l’immaginario, naturalmente. Cerchiamo di intenderci. Fino a questo momento abbiamo considerato un universo bidimensionale. C’è la realtà, in cui le cose sono quello che sono, e c’è l’immaginario, in cui le cose sono quello che ci piacerebbe oppure temiamo che siano. Il mondo in cui siamo sobri, e il mondo dei sogni e degli incubi. L’esperienza adulta e quella infantile. Che altro può esserci? Un’altra dimensione dobbiamo presupporla. Io sono uno psichiatra, ma sarei potuto essere un cardiologo, un omeopata o un idraulico. Tra tutte le possibilità che erano ancora aperte prima che facessi una scelta, una si è realizzata. Tutto ciò che è reale, lo è in quanto tra infinite possibilità se ne è realizzata una. Ne consegue che è opportuno considerare tre mondi: